LA BEFFA DELLO SCRITTORE NARCISO CHE RECENSIVA I SUOI LIBRI

Pubblicava sotto falso nome commenti entusiasti ai suoi libri

“Cose dell’altro mondo?”
“Non direi”
“Cosa intendi dire Sante?”
“Nulla, collegali tu i puntini!”

Pubblichiamo un prezioso articolo apparso sul Corriere della SeraTutti i diritti  sono riservati

Roger Jon Ellory è un famoso autore inglese di thriller. Diversi suoi bestseller, tra cui Vendetta e La voce degli angeli , sono stati tradotti e apprezzati anche in italiano. Ora si è scoperto che oltre a scrivere romanzi destinati a restare per mesi nelle classifiche dei più venduti, oltre a essere stato premiato come miglior giallista nel 2010, Ellory ha anche firmato, nel 2008, molte recensioni (favorevoli, molto favorevoli) dei suoi stessi libri, allo scopo di favorire il magico passaparola (in inglese buzz) della rete.

Ovviamente attraverso Amazon; ovviamente utilizzando fantasiosi pseudonimi: come Jelly Bean e Nicodemus Jones. Non solo, per cercare di fare piazza pulita della possibile concorrenza, ha anche pensato bene di stroncare i libri dei suoi colleghi. La scoperta della truffa si deve al quotidiano britannico Daily Mail , che rivolgendosi allo scrittore per avere spiegazioni si è sentito rispondere con una immediata confessione di colpa e con le più sentite scuse verso la comunità dei lettori.

Entusiasta dei suoi libri e di se stesso (al punto da definirsi «uno degli autori contemporanei di maggior talento»), Ellory-Bean osserva, per esempio, che A Quiet Belief in Angels – una storia di misteriose morti infantili ambientata in Georgia negli anni 40 – «è uno dei libri più commoventi che abbia mai letto». E continua, con altrettanto commovente trasporto: «È scritto così bene che mi sono sentito immerso in quell’epoca, ben sapendo che non può accadere nulla di simile oggi». E conclude consigliando «vivamente» il romanzo «a chiunque voglia affrontare davvero una lettura di gran classe». Davvero?

Davvero. Con il nickname Nicodemus si spinge poi generosamente a giudicare il proprio libro come «a modern masterpiece», cioè un capolavoro moderno, la cui qualità stilistica «toglie il fiato»: «Basta comperarlo e leggerlo perché vi sentiate rigenerati nella mente e… toccati nell’anima». E come se non bastasse si concede esclamazioni di vero (auto)entusiasmo: «Quando l’ho finito, ho pensato: wow, questo è un amazing book, give me more !» Gli aggettivi, ovvio, si sprecano: «libro magnifico», «grande storia, raccontata brillantemente». Gran classe, appunto. Viceversa, un altro crime novel , Dark Blood dello scrittore scozzese Stuart MacBride, non sembra trovare la stessa incondizionata adesione critica: «È il secondo libro che leggo di questo autore, e a dire la verità non c’è niente che mi abbia infastidito di più». A proposito di altri colleghi puntualizza che l’ironia non è per niente ironica, che la tensione non è abbastanza tesa e via stroncando.

In realtà la promozione letteraria occulta in Rete non è una novità: di recente lo scrittore Stephen Leather ha ammesso di aver usato pseudonimi per creare un efficace passaparola sui propri libri diffondendo autorecensioni favorevoli. La scorsa settimana Cristina Taglietti sul Corriere informava che un critico «professionista» dell’Oklaoma, Todd J. Rutheford, ha addirittura aperto un servizio online in cui vende recensioni positive al modico prezzo di 99 dollari al colpo.

Giudizi a cinque stelle capaci di attirare compratori o di creare, comunque, l’idea di un fermento, di un chiacchiericcio favorevole attorno a un romanzo. Morale: con l’autopubblicazione (o self publishing ), che promette a chiunque lo desideri (pagando) di uscire dalla condizione di inedito anche presso grandi case editrici; con l’autopromozione (o self marketing ), che offre la possibilità di smuovere in proprio il potente passaparola del web; e finalmente con l’autorecensione (o meglio, in inglese, self review), il cerchio si chiude. La letteratura diventa un fenomeno di puro e-narcisismo o autismo digitale. Non ha più bisogno di niente e di nessuno: né di un editore, né di un redattore, né di un promotore, né di libraio, né di un critico. Forse nemmeno di un lettore, piuttosto di un compratore. Basta uno scrittore-fai-tutto-da-te, o meglio un ottimo internauta che sia convinto di essere uno scrittore al punto da farlo credere a tutti con la sola forza del cyberpensiero. Buzz …

 

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  1. Però il legame col Nostro mi sembra labile. Cioé, è vero che anche Luttazzi si è ampiamente autorecensito, ma non è certo questo il crimine che gli viene imputato (o almeno, non il principale).

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