I DUEMILA NOMI DI MISTER FABBRI

Seconda sezione dell’articolo di Emanuele Miola, il Gil Grissom degli enigmisti, sull’onomastica luttazziana. (Dove si continua a descrivere l’eroe mentre compie un atto che, col senno di poi, risulta emblematico della sua entelechia, N.d.R.)

La prima parte ha generato un record d’accessi e condivisioni; preparatevi a una nuova, lunga nuotata.

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L’ANTROPONIMIA FITTIZIA DI DANIELE LUTTAZZI PT. 2

di Emanuele Miola

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2.3. Altre tecniche di straniamento

Nelle sue peripezie giovanili, Olga viene venduta dalla madre a un emiro perverso e detentore di un harem, che si chiama Shirley Temple, come la famosa enfant prodige del cinema degli anni ’30. Mi sembra di poter dire che è la discrasia tra il personaggio fittizio (in questo caso, maschilista e depravato) e il nome autentico (portato da una donna, anzi da una innocente ragazzina dagli splendidi riccioli d’oro), desunto dall’immaginario comune artistico, sportivo o cinematografico, a suscitare la sorpresa che presiede al (sor)riso. Luttazzi mette in scena personaggi fittizi con nomi famosi: essi appaiono perciò risibilmente irriconoscibili, si comportano in modi comicamente diversi da quelli prevedibili rispetto al loro nome, che è parte dell’esperienza quotidiana del pubblico.1

Che lo straniamento2 fosse una delle tecniche più frequentate da Luttazzi lo notava già Daniele Brolli nella quarta di copertina della prima edizione di Aden: «basta invertire un fattore, sostituirlo a un altro o operare un piccolo straniamento critico per ottenere la misura dell’ipocrisia con cui assistiamo alla persistenza dell’idiozia nella civiltà dello spettacolo». Ma non solo, aggiungeremmo noi: basta operare un piccolo straniamento per suscitare la risata. E’ ciò che capita, ad esempio, quando si utilizza un verso di e. e. cummings in chiave umoristica, quasi come punch-line surrealista nella sezione 2 del monologo Wanda.3

Così, oltre a Shirley Temple, troviamo, per limitarci a qualche esempio, Sibilla Aleramo4 e Francois Vidocq in ScL,5 Benedetto Croce6 e Eugenio el Sphinctero Grande7 Montale in Aden.8

In questi casi, in conclusione, ci pare di poter dire che maggiore è la conoscenza delle persone o dei reali di cui si richiama il nome, maggiore è la percezione della discrasia tra reale e fiction umoristica, del degrado del nome “vip”, e quindi maggiore è il divertimento che ne consegue: «più sai, più ti diverti» (LP: 280).

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2.4. François Gigolo e i coniugi Dreck: nomi trasparenti e nomi parlanti for fans only

L’amante con cui Olga rimpiazza il noioso Augusto, in VDtPiC, non si chiama prosaicamente Ernesto, come nel libro della Tamaro, ma assume le sembianze di un improbabile quanto assatanato direttore di una scuola per barman di Parigi, e il nome parlante di Francois Gigolo. E’ questo probabilmente l’unico caso di nome immediatamente trasparente che è rintracciabile nel nostro corpus: una differenza notevole rispetto alla produzione comica italiana, che solitamente si vale molto di espedienti semantici nelle nominazioni dei personaggi.9

Un’analisi più profonda, tuttavia, suggerirà di inserire altri AF nella categoria dei nomi cosiddetti trasparenti o parlanti.

Comico e monologhista di riferimento per Daniele Luttazzi, è senza dubbio Woody Allen.10 L’Allen onomaturgo privilegia il ricorso a NP ancorati alla realtà storico-geografica statunitense, che velano e al contempo mostrano la provenienza del personaggio nominato: avremo così Thomas (The Butcher) Covello e Albert (The Logical Positivist) Corillo, di chiare ascendenze italiane e implicati in crimini di mafia,11 i Bergkowitz, famiglia ebraica piccolo-borghese protagonista della celebre routine The Moose, e così via: l’intento di Allen è la satira sociale, perseguita quindi attraverso nominazioni realistiche. Più marcato in Perelman e Benchley – che dell’Allen prosatore possono dirsi a buon diritto maestri – è il ricorso a nominazioni in lingua yiddish. Non è raro che cognomi yiddish disfemici o degradanti siano dati a personaggi luttazziani, con il chiaro intento di alludere alla lingua dei tre comici americani sunnominati, a mo’ di omaggio e di segnale per il lettore “di secondo grado”, capace di andare oltre il velo della lingua esotica (per un italiano). Così, gli unici veri cognomi-soprannome dispregiativi che troviamo in Luttazzi sono proprio quelli mutuati dallo yiddish: oltre al caso dei coniugi Dreck,12 equivoci vicini di casa di Olga in VDtPiC, il cui cognome rimanda al termine yiddish per ‘sporco, sconcio’ e ‘spazzatura’,13 segnaliamo, tra gli AF che compaiono in ScL 1 e 2 e Aden, Alessandra (o Sandra) Nafka (yidd. ‘prostituta’ < aramaico nafqa);14 Zuf Pisher (‘[a] bed-wetter; also in extended uses’); Nat Zaftig (‘[o]f a woman: plump, curvaceous, ‘sexy”),15 Laszlo Schmendrick (‘[a] foolish or immature person; […] a ‘sucker”),16 Patricia Schtup (OED: s.v. shtup: ‘to have [sexual] intercourse’), e così via.17

Talvolta vi è il riferimento a pratiche o a realtà (in qualche caso legate alla storia della comicità) ebraiche, come nel caso dell’antroponimo Leo Mikvah, che giustappone a un prenome spiccatamente ebraico un’allusione a uno dei riti di purificazione della religione ebraica (cf. OED: s.v. mikva); o come per Irina Bortsh-Belt, che nel cognome richiama il circuito comico dove molti comedians, soprattutto di origine ebraica, si fecero le ossa. In entrambi i casi, l’uso dello yiddish si configura come gioco citazionistico e allusivo non soltanto al genere comico-umoristico, ma soprattutto alle tre grandi colonne portanti di tale genere, di origine ebraica, tanto da invitare il lettore “di secondo grado” ad andare oltre il velo della lingua, per divertirsi alle spalle del personaggio, o per soddisfare la sua curiosità direttamente legata alla storia del genere comico.

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2.5. Suoni di nomi e nomi manipolati: un’altra lezione di Woody Allen

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I tre vertici del triangolo amoroso di VDtPiC, Olga Zuegg Augusto Malerba e Francois Gigolo, hanno NP che contengono, a livello fonetico, almeno un’occlusiva velare. A livello puramente statistico, degli oltre trecento antroponimi fittizi del nostro corpus, il 57% risulta avere una o più occlusive velari al suo interno. La notazione, che potrebbe essere corriva, assume un significato ben preciso in termini di tecnica comica e ricerca della risata se si considerano le parole dello stesso Luttazzi rispetto alla scelta dei NP nelle (traduzioni delle) prose di Woody Allen. Luttazzi lamentava che nelle prime traduzioni italiane:18 i nomi dei personaggi, dei luoghi e delle vie descritti da Allen, tutti inerenti alla realtà americana, fossero stati sostituiti con “corrispondenti” italiani per venire incontro al pubblico nostrano, poco avvezzo, allora, a sentire parlare di Manhattan o di China Town. L’operazione, a detta di Luttazzi, tradiva fortemente l’originale in quanto nella prosa di Allen traspariva, anche nella scelta dei nomi o dei toponimi, la lezione che aveva imparato dai suoi primi maestri, Neil e Danny Simon: «Neil Simon, nella commedia The Sunshine Boys […], fa dire a Willy […] un vecchio attore di varietà: “Alka-selzer fa ridere, Fritolein non fa ridere, non c’è la ‘K'”».19

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Nomi come Slavek J. Hurka, Rufus Dreck o gli omonimi coniugi di VDtPiC, Flloyd Q. Flake, Ursula Everglade oltre al toponimo Lectric Combo, che si incontrano per tutta l’opera luttazziana, troveranno la loro ragion d’essere onomatopoietica anche nella regola che Simon mette in bocca al suo personaggio autoriale. La ricerca del “fattore-K” può vedersi in controluce anche in uno dei rarissimi casi nei quali Luttazzi interviene su un nome, modificandolo: si tratta dell’Arno Patchouli (presumibilmente [pa’tʃuli]) di Sesso con Luttazzi del 1996, che diventa Arno Pääq20 (presumibilmente [pε:K:]), con velare, nella senzione corrispondente della seconda edizione.

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La grossa schiera di nomi luttazziani allitteranti, tra i quali si contano anche nominazioni che contengono elementi velari, è dovuta invece a uno degli amori giovanili di Luttazzi, coltivati attraverso la lettura, la viva attenzione al settore, e il recente La quarta necessità (con M. Giacon, Rizzoli, 2011): il fumetto.21 E’ infatti consuetudine consolidata – almeno per il fumetto per ragazzi e il superheroistic comic americano – nominare i personaggi delle storie con prenomi allitteranti ai nomi, come i celeberrimi e disneyani Mickey e Minnie Mouse, Donald e Daisy Duck, fino agli eroi Marvel Silver Surfer, Reed Richards, Susan Storm, Peter Parker e Green Goblin. La nominazione allitterante di personaggi come Blahnik “Testa di Melone” Bleschmitt, Gonzalo Gonzales, Bix L. Bidlo, Boris T. Blank, Kaspar Q. Kelvinator e del già ricordato Flloyd Q. Flake, in questo caso, serve a Luttazzi non solo come fonte di riso, ma anche per richiamare e suggerire un mondo a lui caro, un mondo cui – se vorrà ascoltare il suggerimento – il lettore potrà approdare sulle ali della curiosità.22

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Anche le risorse foniche dei nomi sono in definitiva utilizzate da Luttazzi in modo più o meno intenso a fini comici, all’interno – diremmo – di un quadro teorico decisamente ampio e mutuato dai padri della comicità stand-up o televisiva d’oltreoceano.

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Un piccolo mazzetto di nomi risulta avere subito una o più manipolazioni fonetico-grafiche prima di essere arrivati sulla pagina comica: si va dalla assimilazione infantile totale di Mommomery Cliff (in Aden, allusione all’attore Montgomery Clift), alla soppressione o la sostituzione di un grafema che non altera la sostanza fonica del nome, come in Oliver Sa<c>ks o Slavek J. <H>urka; a veri cambi di lettera, come Stephen Sandheim (in luogo di Sondheim, compositore e commediografo statunitense, oltreché compositore di parole crociate per il New York Magazine), o ai cancellieri Frederick Tomato e Frederick Tometo di Aden; all’aggiunta iniziale di Ugo Hugo; alla ripetizione surreale di Ettore E. Ettore; fino all’anagramma “fonetico”, come Ringo Sartre, che nasconde lo Starr batterista dei Beatles tramite la manipolazione dei fonemi dei cognome. Il riferimento all’enigmistica non è casuale: se il legame tra gioco di parole e comicità appare, fin da Freud 1905, molto stretto, il giudizio di Luttazzi sul ricorso al gioco di parole è, per lo più, poco favorevole:23

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Woody Allen, come i veri umoristi, non fa mai giochi di parole. Il gioco di parole è tipico del dilettante. Il vero umorista, infatti, disprezza il gioco di parole perché nel gioco di parole il tropo, cioè la tecnica retorica, è sovrabbondante rispetto all’immagine evocata e questo rovina la caratterizzazione dei personaggi e la narrazione che invece sono, al di là della risata, i veri scopi di una buona battuta. Il sottotesto, infatti, di ogni gioco di parole diventa: guardate quanto sono intelligente. […] Il comico professionista, diceva Danny Simon, non gioca con le parole, gioca con le idee.

[Daniele Luttazzi, Lezione sul comico, 7.5.2004]

 

Il ricorso al gioco di parole è invece praticato dal primo Luttazzi almeno limitatamente all’onomastica: è un modo, anche questo, per mascherare un riferimento, una identità, che una volta disvelati dalla soluzione dell’indovinello potranno divertire il fruitore:24 Anche la forma fonetica del nome, quindi, attraverso giochi di parole, presenza di suoni particolari o di assonanze e ripetizioni, è in Luttazzi asservita alla ricerca del riso, ma anche funzionale al vagheggiamento ed evocazione di un universo, fumettistico o surreale, cui Luttazzi, ammiccando e alludendo, vuole sottesamente condurci.
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1 Pressoché nello stesso modo Aloni 1995: 88 descrive la procedura dello straniamento per i tipi messi in scena da Aristofane.

2 Il comico proprio della tecnica di straniamento riposa sulla rottura di luoghi comuni e convenzioni, mostrando al lettore-fruitore un elemento là dove non dovrebbe essere, o là dove non è abituato a vederlo e trovarlo.

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3 Poi antologizzato in Aden.

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4 Si tratta di una paziente del dott. Luttazzi, «comunista anorgasmica» (ScL1 e 2). Si noterà nella descrizione anche una certa allusione ironica alla vita della Sibilla “reale”.

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5 Presentatoci senza il primo nome Eugéne, nella finzione luttazziana, Vidocq è un dottore che «scoprì che i contadini della Vandea che mungevano mucche malate di vaiolo si chiamavano tutti Luigi» e decide quindi di inoculare il liquido ricavato dalle pustole bovine nel cognato (ScL1 e 2).

6 Teronimo del gatto dei vicini dell’io narrante in Jimmy (Aden 130).

7 Nomignolo coprolalico che ricorda le produzioni di coloro che soffrono della sindrome di Tourette (v. §3).

8 Uno dei protagonisti di Daumenlutschen Ausdruckserscheinungen von Entfremdungsgefuehl, che affida il suo caso all’avvocato penalista Mommomery Cliff (per il cui nome, v. §2.5).

9 Bastino i rimandi agli studi segnalati nella prima parte.

10 «Woody Allen per un monologhista è fondamentale. […] [L]a sua resta la forma aurea del monologo. […] Dalla scelta degli argomenti alla loro esposizione, Woody Allen è il modello.» (LP: 335-6).

11 In A Look at Organized Crime, contenuto in Getting Even,Warner Library Edition, 1972.

12 Il cognome Dreck ritorna in Cosm, dove Rufus Dreck, appunto, è il responsabile del cosiddetto ‘assioma di antigeometrico’ del Professor Fontecedro, celebre personaggio televisivo di Luttazzi.

13 Per questo e per i termini che seguono, ove non diversamente specificato, si cf. OED, alle rispettive voci.

14 Il termine vanta diverse attestazioni online (per es. www.sex-lexis.com/Sex-Dictionary/nafka), ma non nell’OED né in altri dizionari di slang anglo-americano e yiddish.

15 E infatti sexy è la moglie di Nat Zaftig nell’omonimo racconto contenuto in Benv.

16 Questo è anche lo pseudonimo usato da Freud per uno dei suoi pazienti.

17 Si noterà che alcuni tra i NP citati, alcuni prenomi sono pure di chiara ascendenza ebraica.

18 Saperla lunga (a c. di Cathy Berberian e Alberto Episcopi, Bompiani 1973); Citarsi addosso (a c. di Cathy Berberian e Doretta Gelmini, Bompiani 1976); Effetti collaterali (a c. di Pier Francesco Paolini, Bompiani 1981).

19 Dalla Lezione sul comico, 07.05.2004. Questo il dialogo originale scritto da Simon:

« – What was it again?
– Frumpies.
– Say it again.
– Frumpies!
– Still can’t remember it ‘cause it’s not funny. I’m in this business 57 years. You learn a few things. You know what makes an audience laugh. You know which words are funny and which words are not.
[…]
– Which words are funny?
– Words with a “K” in it.
[…]
– “Alka-Seltzer”?
– “Alka-Seltzer” is funny.
– “Chicken”?
– “Chicken” is funny [seguono esempi di parole divertenti e non].»
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20 Nel testo si dà in didascalia la variante grafica Pääqq.

21 Sono opera di Luttazzi anche i bozzetti presenti in Adenoidi e nel più recente Capolavori, oltre che il font utilizzato per i cartelli dell’ultimo suo programma televisivo, Decameron. In giovane età, Luttazzi fu co-autore di alcune storie a fumetti dal titolo Le avventure dei Pezzati, pubblicate sulla rivista Agesci Giochiamo. Inoltre il nostro ha firmato l’introduzione al fumetto Hiawata Pete di Francesca Ghermandi e a The Complete Spiderman per Panini comics. Ha inoltre tradotto $@&! – L’antologia di Lloyd Llewellyn (scritto e disegnato da Daniel Clowes) per la Telemaco Comics.

22 Conferma Burelbach 1995: 582-3: «[a]llitterative names, obviously contrived and ridicolous, are frequent in comics.» I nomi allitteranti degli alter-ego supereroici come Clark Kent, Lois Lane, Peter Parker «tend to reduce the character to [the] ordinary, slightly ridicolous person who becomes effective only when adopting the heroic role».

23 Anche nel recente Decameron televisivo (seconda puntata, trasmessa per la prima volta il 10.11.2007) ci si imbatte nel solutore di indovinelli enigmistici pedante e supponente, che si vanta di essere «cresciuto con le parole crociate senza schema di Bartezzaghi» e che finisce però divorato dalla tigre nello sketch La scelta giusta.

24 Al gioco di parole, con forte carica surreale, Luttazzi torna fugacemente ne I giardini dell’epistassi, più solidamente nel recente LGCF: in questo testo è anche presente il gioco di parole onomastico sull’onorevole Bindi Bondi, che sarebbe il nome dell’on. Rosy Bindi se si maritasse con l’on. e ministro Sandro Bondi.

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(continua…)

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