LOLITO: recensione da MondoOut! di maggio

Nell’attesa delle vostre recensioni, vi proponiamo un pezzo molto interessante sul significato di Lolito, apparso su MondoOut! di questo mese e qui riprodotto su gentile concessione.

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LOLITO: UNA PARODIA.

di L. Drella

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Sfogliando le cinquecento e più pagine uscite in allegato col Fatto Quotidiano, ci si ritrova nell’anticamera di un piccolo tribunale della storia. E’ un esperimento che Daniele Luttazzi ha voluto chiamare Lolito, calco di una novella di Nabokov e di qualche sua vecchia intuizione. Ed è proprio la pratica del calco che ha esposto il corpo ancora vivo di Daniele al linciaggio permanente del Web, per rendere ai posteri meno arduo il formulare la manzoniana sentenza.

Molti blogger, analisti e colleghi si sono messi avanti con i verdetti quando Daniele stava ancora lavorando a La Quarta Necessità; l’uomo che ora, alla Prova dell’Otto di Caterina Guzzanti, si compiace assai di stiracchiare ad nauseam le concise e fulminanti boutade di Dervis Fontecedro sul latino, Saverio Raimondo, nell’ottobre 2010 era pronto a chiosare: penso che il valore artistico di Luttazzi sia pari a zero. Il caso è chiuso, la seduta è tolta. L’animosità da complesso di inferiorità fulminante era comprensibile, ma l’affermazione dell’ex Letterman di RedTV non era altro che l’esternazione verbale di un’operazione di reductio caricaturale della figura di Luttazzi. Il comico dei plagi da Hicks e Carlin, dei ruoli attanziali, della solidarietà popolare deviata su fini personali e dei video rimossi da Krassner s.r.l., il grande inquisitore del malaffare italico con le battute degli altri. Doveva essere appiattito, reso sagoma cartonata priva di gambe, incapace di pedalare, per meglio soccombere a un’Elena Di Cioccio qualsiasi.

Lolito è il primo, simbolico tentativo di riacquistare la tridimensionalità perduta: i lettori che ne raggiungeranno l’appendice, non senza qualche sforzo, si immagineranno a dover prendere le decisioni che Luttazzi si è trovato di fronte con gli stessi elementi che il satirico aveva a disposizione all’epoca dei calchi; ogni elemento di romanzo + microsaggio è organizzato per favorire l’immedesimazione e ricreare il senso della complessità che è stato messo nel tritacarne della sciatteria o della cattiva coscienza: Voglio che pensino alle urgenze che hanno fatto da fondamenta allo stratagemma Bruce, pare di sentirlo sussurrare, insistentemente, a ogni riga.

Si tratta certamente di una giustificazione a posteriori, ma anche e soprattutto dell’inizio della riconquista di una dimensione culturale (“Siamo tutti nani sulle spalle dei giganti”) negata da una giuria popolare che aveva fretta di compiere la damnatio memoriae. Qualcuno si è ritrovato a leggere questo libro un anno fa, quando non c’erano ancora pagine e inchiostro e rilegatura; c’era però la sostanza reale e storica delle decisioni da prendere, di uno status quo da ignorare o contro cui scagliarsi, di fattori ineludibili dei quali tenere conto, dal conflitto di interessi berlusconiano al concorso in associazione esterna di Dell’Utri, alla guerra in Iraq fino ad Abu Grahib, passando per la denuncia della crisi finanziaria. Quel lettore ante litteram, Maurizio Crozza, è stato il primo a doversi confrontare con una logica complessa denigrata a parole, pagando il prezzo di conformarsi alla “caricatura di Luttazzi che, non del tutto infondata, spesso viene restituita”, parafrasando Scanzi da Formigli.

Capita a comici e opinion-leader di essere glorificati retrospettivamente dopo sortite disastrose agli occhi dei contemporanei. Ma il fattore inusuale è che negli ultimi tre anni Luttazzi non s’è adoperato per propiziare una riabilitazione ufficiale, figurarsi, proprio no. Si è ritirato nella sua casa circondata da una pineta, lontano dai clamori della “Roma dei clan”, come disse in un’intervista rilasciata a sé stesso. Ha scritto una sceneggiatura svogliata e la prefazione a un libro sulla prevenzione di gastrite, ulcera e cattiva digestione, come da prassi procrastinatrice; ha messo su uno strano blog su gente che fa saluti massonici datato 21 dicembre 2012. E’ rimasto fuori dall’arena, non ha fatto sentire la sua voce, non ha preso le parti di nessuno né ha rivendicato meriti quando pure le circostanze lo avrebbero consentito.

Il silenzio di Daniele è il contrario della passività, del nascondimento vergognoso. E’ il distacco necessario perché siano le vicende a parlare chiaramente, senza rumori di fondo e distrazioni da blogghettìo permanente. E oltre al basso profilo con gli avversari, Daniele ha dovuto farsi quieto anche con gli alleati. Non ha calcato i palchi identitari di Santoro, forse anche perché nessuno lo avrebbe mai voluto vedere su quei palchi: avrebbe compromesso ogni velleità moralista coltivata dall’establishment dei Savonarola, e l’establishment dei Savonarola preferisce appaltarle a Grillo, le velleità. Certo, l’effetto collaterale del silenzio è la solitudine, e si nota una punta di malinconia quando Massimo Giacon ammette su Twitter di non sentirlo ormai da un anno. Qualcosa non si è mai aggiustato del tutto, ma Daniele si è trovato, ancora una volta, di fronte a un bivio: rimanere nell’arena per cercare di ricucire le ferite e sperare di essere riammesso un giorno in società, oppure ritirarsi aspettando il soccorso della storia. Alle scelte di breve respiro, Daniele Luttazzi ha sempre preferito quelle di prospettiva storica e moralmente connotate. Oggi, tre anni dopo la sua dipartita dall’agone satirico e a quasi dodici dall’editto di Sofia, con Lolito lancia un messaggio ai fan e al mondo intero: chi fu il disonesto? Non certo Luttazzi.                          *

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  1. Giacomo

    L’articolo è incomprensibile. Soprattutto è ridicolo negare che Luttazzi abbia copiato la quasi totalità del suo repertorio. Lolito è di una noia mortale.

  2. Se un libro è di una noia mortale, e l’intento dello scrittore era quello di annoiarti, allora è un libro ben riuscito.

      • Non penso che sia noioso. Era solo un riuscitissimo esercizio di bastiancontrarianesimo. Per come la vedo io Lolito è un libro elitario. Nel senso che è pienamente comprensibile solo ad una ristretta cerchia di persone sufficientemente colte, o sufficientemente aperte di spirito per non bollare ogni cosa che non piace come “noioso”. Dopo di che è anche un libro “acculturante”, un libro pungente di un amore che raggiunge chi lo vuole respirare, pieno di spunti di riflessione, e momenti catartici. E’ un libro che ti prende sinceramente in giro, complesso, e tutto il resto, ma io non la definirei satira. Con questo romanzo Luttazzi ha fatto il salto della quaglia, attraversando il baratro che divide il mero atto sessuale dalla procreazione. Più ancora che ne “La quarta necessità” Luttazzi opera come il dottore sotto ipnosi che si opera da solo, in mondovisione inoltre. Avrei un sacco di domande da porre, domande che non ho letto da nessuna parte, e questo mi stupisce. Non certo per la mia originalità, che è ben poca cosa, di fronte alla delusione dell’attesa. Nella vostra recensione si parla più degli aspetti scandalistico-mediatici che della deontologia letteraria. Mi stupisce perchè sembra che nessuno abbia nulla da chiedere in merito ad un così complesso ginepraio. Per prima cosa gli asterischi. Perchè ha scelto questa forma di autocensura?

      • gerogerigegege

        “Perchè ha scelto questa forma di autocensura?” Magari in semplice ossequio alla finzione narrativa: “Signorini” che pubblicando il memoriale espunge le volgarità, o se non lui Lolito stesso, nel destinarlo ai giudici.
        Sono curioso, in che senso trovi che anche La Quarta Necessità fosse un “operarsi da solo”?

      • gerogerigegege

        Chiedo venia, non “Signorini” ma “Rossella”.

      • Precisazione: la recensione non è nostra, ma del direttore della fanzine da cui è tratta. E’ vero, si concentra sugli aspetti scandalistico-mediatici, in primis perché “Lolito” nasce in risposta ai suddetti; non ci fosse stato un caso-plagi, non ci sarebbe stato nemmeno questo libro, che concordiamo con te nel definire “un esercizio di bastiancontrarianesimo”.
        Bella critica, comunque. Se non è un problema la includeremmo nel post, di prossima pubblicazione, dedicato alle mini-recensioni di voi lettori (anche perché di positive ne sono arrivate ben poche… e a tal proposito: avete ancora una settimana di tempo, forza!). Perché non li snoccioli qui, i tuoi interrogativi? Non sarebbe male ne nascesse quello spazio d’analisi qualificata che al libro, sinora, tra giornali e Rete, è del tutto mancato.

  3. Paolo Eccesso

    Posso inviare una mia recensione del libro?

  4. P.S.: pare che questo approfondimento piaccia assai poco a certi presunti accaniti fan di Daniele… non ultima una vecchia conoscenza di MoneyForMoths: https://twitter.com/DiDiMi_troll
    Chissà perché.

  5. Non solo Rossella, anche Signorini a fine libro. Ma in generale all’interno del libro le “parolaccie” sono censurate. Atteggiamento questo che non è avvenuto ne “La Quarta necessità” dove, per mia somma gioia, a metà libro si innalza un bel “Porco Dio” durante la scena dell’ incxxxxx. Dico che anche li si è operato da solo perchè, sempre per come l’ho interpretato io, mi è sembrato si volesse scusare attraverso una originale forma di autoflagellazione. Velatamente. Mi ha fatto pietà. Daltronde, quando mai avete sentito Luttazzi dire “Ho sbagliato”? In questo momento non riesco ad essere più circostanziale sulle scuse celate in quanto ho regalato il libro ad un amico e non posso citare le frasi esatte. In ogni caso, me ne sono accorto soltanto io che il protagonista del libro è di Sant’Arcangelo di Romagna? Che il libro finisce male con un protagonista emarginato per anni prima di riavvicinarsi a tutti gli altri il giorno del suo funerale? (Cose sei, Sigmund?!) Che il giovane protagonista è uno Scout che scopre il sesso? (“Quando ero scout ho scoperto Dio in un cespuglio di rovi. Era un cespuglio ardente. No era il cespuglio ardente di una ragazza in tenda” DL +/-) Il giovane protagonista de LQN si dimostra, curioso, ostinato, furbo, e soprattutto, incorreggibile. Me ne sono accorto soltanto io che ha inserito la battuta “…sembrava di fare l’amore con Primo Carnera” di Allen in “Harry a Pezzi”? Ovviamente dopo Lolito tutti questi discorsi decadono e il precipitato che scaturisce dal mescolamento vortiginoso delle mie convinzioni, si materializza con le affermazioni di Borges in merito. Forse un giorno riuscirò a capire il libro “Lolito”. Se, bonasera.

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